Oggi sono una ragazza, che palle.

sad-girl ragazza fidanzata triste insopportabile

Mi sono svegliata presto, verso le sette perché la mia vita è una merda ed ho l’ansia di studiare, anche se tutti quei fannulloni che si riposano nel week-end sono proprio dei falliti.

Ho deciso di stare con il pigiama fino a tardi, magari stare al computer davanti a Facebook, pensando a cosa avrà preparato per stasera. Che palle che è il sabato sera, speriamo che non mi chiami, non so proprio che dirgli, mi chiede sempre che voglio fare, lo sa che odio il telefono; invece di propormi sempre quelle cose noiose, in quei locali nella zona del porto che io odio, mah, e poi sempre a pensare agli amici, uffa.

Ok, abbiamo appuntamento alle dieci, gliel’ho detto che doveva chiamarmi alle cinque, massimo cinque e mezza per avvisarmi: io ci metto tempo a prepararmi, mica posso fare le figuracce come fa lui!

Sono le dieci e un quarto? Vabbè vado tra cinque minuti, tanto lui fa sempre tard… oh il cellulare, è qui, vabbè mi vado a lavare: “Scendooo!”.

Oh, guarda che io ci ho messo cinque minuti dalla seconda chiamata di tre quarti d’ora fa, ora mi aggredisci anche?! Vabbè dai, andiamo a prendere gli altri, speriamo di non far tardi, anche se tornare alle undici, perché vuoi andare sempre vicino, lo odio.

Ma che è ‘sto traffico? Che palle stare a fianco a te che guidi in mezzo al traffico, non lo sopporto, è stancante, chissà ora quanto costerà il parcheggio, e quanto è lontano dal locale, io ho i tacchi… mi potevi avvisare!

Stasera mi sono proprio rotta le palle, te lo avevo detto che sarei stata scocciata, ma tu hai insistito con l’uscire, la prossima volta organizzo io!

Equilibrio

(in foto: "Ercolino sempre in piedi" - Galbani)

Il punto è la domanda.

Non è uno scioglilingua, né tantomeno ho voglia di farne uno ora. Sono di buon umore perché ho conosciuto una persona che non sapevo esistesse, o meglio, una persona di cui ignoravo l’essere con tali caratteristiche: diciamo che l’ho riscoperta, ecco.

Capita spesso che passiamo tutta la vita a metterci alla prova: mettiamo alla prova il nostro corpo con sostanze strane (sì, parlo anche di una birra, che, diciamoci la verità, più che assaporare, sopportiamo; è amara e fa schifo, e, come il caffè, impariamo a conviverci “perché così si fa”), lasciamo che la nostra mente si lasci andare alle emozioni, o tentiamo di frenarle, tagliamo la nostra anima a brandelli e la immoliamo all’altare del lavoro, della famiglia, dell’affetto, a volte del nostro ego, infine, rimaniamo noi, quelli che abitano dietro l’anima, ancora più nel profondo, nella somma di ciò che siamo, fuori e dentro.

E se provassimo a guardarci allo specchio? Impossibile trovarne uno adatto, difficilissimo sporgersi per scorgerci in una pozza d’acqua, dove la troviamo della pioggia così sensibile?

Ecco, ci mettiamo alla prova, dicevo: ci stiriamo, allunghiamo, stressiamo, torciamo, laviamo, secchiamo e re-idratiamo… ma poi, in fondo, torniamo come prima. Non siamo fatti di lana o cotone, una volta tessuti ritorniamo sempre gli stessi; le occasioni e le persone, i posti e le situazioni, servono solo da marcatori, da radiografie per capire se abbiamo o meno il male di questa città o di quell’individuo; ma il nostro statuto, quello è già stato scritto da noi, giorno dopo giorno, anche se solo fino ad un certo punto, quello in cui dichiariamo indipendenza, ed iniziamo a regnare su di noi.

Ho conosciuto me stesso, ho provato a cambiarmi, a buttarmi giù a furia di calci e pugni, ma chi sta dentro di me rimane in piedi, non cade. Io stesso sono in equilibrio, per natura.

Stanco, me stesso

Dicono che di sera si è più stanchi, e quindi, di conseguenza, la gente tenderebbe a “produrre” meno, a star meno attenta. Magari io riuscissi ad essere coerente con questo assunto. Il fatto di essere così… non so… “me stesso” di giorno, fa sì che l’ebbrezza notturna possa abbattere le mie eccessive difese, per poi spiccare il volo con animo spoglio, libertino, fantasioso, selvaggio.

Di notte, stanco, io mi rivelo come me stesso.

Notte stanca

A volte ci chiediamo perché mai facciamo ciò che non ci va, stiamo a guardare le nostre mani come ingranaggi che girano da sé, prive di poesia, prive di perché.

A volte la Luna ci chiede il conto dei nostri sogni, di quelli che abbiamo consumato durante la vita, e che di giorno non possono essere visti. Chiudiamo gli occhi, ricordiamoci di guardare ogni tanto in noi stessi.

A volte la notte è come noi, priva di forze e di simpatia per la vita, buia e senza fine, nera e senza fondo.

A volte, senza volerlo, sappiamo già  dove ci porterà  la strada, così contempliamo il regolare avanzare dei nostri piedi, le punte che danzano tra loro senza mai toccarsi.

A volte, la vita ci parla, stiamo ad ascoltare.

Diciamo solo che…


Diciamo solo che oggi è finita.

Diciamo che per adesso “ce la prendiamo di festa”.

Diciamo solo che ora non è tempo di lavorare ancora.

Diciamo pure che non lavoriamo, in fondo.

Diciamo che non capiamo perché parliamo al plurale se ci sentiamo così piccoli e unici.

Diciamo che siamo un po’ insignificanti e un po’sbruffoni.

Diciamo che siamo sognatori, e che i nostri sogni ci dicono tutti.

Diciamo tutto a tutti, e nulla a noi stessi.

Diciamo che torniamo sulla retta via, che ci riposiamo, e non lo facciamo mai.

Diciamo che non ci stanchiamo mai di nuotare in questo mare assurdo di sorrisi.

Diciamo che non ci piace piangere.

Diciamo, e poi non facciamo oppure facciamo troppo.

Diciamo che siamo orgogliosi di noi stessi, ma mai appagati da quello che creiamo.

Diciamo che nulla si crea, ma modificare è un vero spasso.

Diciamo basta, che ora ci riproveremo, maybe

Diciamo che adoriamo chi ci sta accanto, e non glielo diciamo abbastanza.

Diciamo che per noi non sarà  mai abbastanza.

Diciamo che la luce non la spegnamo per lei.

Diciamo che amiamo volare, e non ci abbiamo mai provato.

Diciamolo, che torniamo a vivere.